CAPPELLA DE SIRICA – CRISPO

 

La storia della Calabria nasce dall’incontro di culture diverse, attraverso l’apporto dei popoli che, nel corso dei secoli, sbarcarono sulle sue coste, quando non si denominava Calabria, ma Brutium: i Greci, che vi fondarono le fiorenti città della Magna Graecia; i Romani che la conquistarono nel III secolo a.C.; e, durante il Medioevo, i Bizantini, i Normanni, gli Svevi, gli Angioini, gli Aragonesi… al punto che possiamo considerare la Calabria un melting pot di popoli. La complessità di questa vicenda storica e culturale ha sedimentato sul territorio calabrese un imponente patrimonio artistico e religioso tuttora visibile e che vive spesso in sintonia con il fascino paesaggistico oppure si trova inserito nei centri storici, com’è nel caso dei Beni Culturali di Vibo Valentia, un tempo Monteleone.

 La Calabria può considerarsi una sorta di “museo a cielo aperto”, la cui importanza è data non solo dal valore dei monumenti e delle opere, ma anche dal dispiegarsi dell’itinerario secolare al quale il patrimonio culturale è indissolubilmente legato. In tale itinerario ha svolto, e svolge, un ruolo fondamentale la sensibilità religiosa, espressione di una sincera devozione popolare e di un profondo rapporto con il sacro. Una pietas che si esprime attraverso feste, canti, pellegrinaggi, celebrazioni, offerte, riti e che trova nelle Chiese un’identità simbolica pregna di memorie e tradizioni.

Vibo Valentia col suo territorio è sempre stato un luogo di centralità geo-antropica all’interno della Calabria, caratterizzato dalla bellezza del paesaggio, fertilità della terra, opulenza: motivi presenti in una lunga e consolidata “tradizione di sguardi” che risale all’antichità classica e che viene rinnovata nel medioevo e, in epoca moderna, dal Seicento alla fine dell’Ottocento, come confermano molti resoconti dei viaggiatori del Grand Tour. La fondazione della città col nome di Monteleone è legata al dominio svevo di Federico II e alla sua riorganizzazione del territorio in chiave militare e difensiva. In età angioina l’intero centro abitato fu interessato da lavori finalizzati a migliorarne l’assetto difensivo con interventi sulle mura urbane e sul castello, sede di una stabile guarnigione a partire dal 1277. Nel 1501, il feudo di Monteleone venne venduto da Ferdinando d’Aragona alla famiglia Pignatelli che ottenne anche il privilegio di modificare e fortificare liberamente i castelli di Monteleone e Bivona. Monteleone in questo periodo registra un grande sviluppo demografico ed economico, come avviene in altre parti del Mezzogiorno, e nel 1594 la città stabilisce il suo statuto municipale. Diventa un centro noto per la presenza dei suoi ordini religiosi, (decisiva l’attività dei Gesuiti), delle sue accademie e per l’affermarsi di una tradizione letteraria erudita. Alla fine del Settecento gli osservatori descrivono Monteleone come una delle più importanti città della Calabria Ulteriore, con ubicazione eccellente, e con strade ben disposte e regolari. Non bisogna però dimenticare una storia negativa che segna la vita delle popolazioni interne, soprattutto a seguito di catastrofici terremoti, come quello del 1638 e del 1659. È il terremoto del 1783, in un periodo di grande difficoltà della regione, a dare il colpo di grazia a tutto il territorio vibonese.

Il periodo francese sembra ridare dignità e centralità alla città, designata capoluogo di provincia con un decreto dell’8 agosto 1806. Nonostante i grandi prezzi pagati dalla popolazione, spesso solidale con i briganti, Monteleone diventa centro strategico e militare della Calabria meridionale e dell’intera regione. Vede la nascita di un teatro, di scuole come il Collegio vibonese, istituito nel 1812 e l’inizio di una dinamicità culturale (presenza di tipografie, di periodici e riviste di vario argomento) che durerà per tutto l’Ottocento. Nel periodo post-unitario si verifica il declino economico-culturale e si avvia, per i ceti benestanti, la “grande delusione” rispetto all’idealismo risorgimentale (cui la città diede un grande contributo con la figura eroica di Michele Morelli) e, per i per i ceti popolari, il grande esodo verso le Americhe. Nell’800 Vito Capialbi, il più autorevole erudito (1790-1853), il poeta dialettale  Vincenzo Ammirà e la rivista «Calabria», con autori come Luigi Bruzzano, Ettore Capialbi, Raffaele Corso, Raffaele Lombardi Satriani fanno di Monteleone una città di cultura.

L’età svevo- angioina a Monteleone

 Il toponimo Monteleone è attestato per la prima volta nel 1235, conseguente al consistente sforzo di ripopolamento avviato dall’imperatore svevo Federico II che, nel 1233, di ritorno dalla crociata, colpito dalle potenzialità strategiche dell’altura di Vibona, ordinò a Matteo Marcafaba di fondarvi una città, con tanto di castello. Durante il periodo angioino, ed in particolare nel corso della guerra del Vespro, quando più problematici risultarono i rapporti con la Sicilia, l’importanza di Monteleone aumentò sensibilmente per la posizione strategica e il ruolo dell’area portuale Si calcola che la popolazione avesse raggiunto il numero di 6.500 abitanti e che fosse aumentato il ruolo delle comunità religiose, con 11 ecclesiastici di rito latino e 9 di rito greco. Nella seconda metà del XIV si assiste al passaggio di Monteleone alla condizione demaniale e a una nuova definizione della città, strutturata in due nuclei urbani non contigui, Borgonuovo e Terravecchia, a cui va aggiunto il «quartiere» portuale. Nel rione di Terravecchia, così come confermato dalla più tarda toponomastica (che ricorda la presenza di forgiari, orefici, chitarrai…) si concentravano le botteghe e le attività artigianali. Esistevano poi abili fonditori di campane che mantennero viva la tradizione produttiva fino al Cinquecento e oltre. Tra i rioni di Borgonuovo e Terravecchia doveva sorgere il quartiere degli Ebrei, la cui presenza è attestata in città almeno dal V sec. d.C. Nella cosiddetta «giudecca», soprattutto nel XIV secolo, quando Vibo era molto famosa per le tintorie e per la lavorazione della seta, si svolgevano attività quali la lavorazione dei metalli, la concia delle pelli, e la manifattura dei tessuti. Il numero degli ebrei, impegnati come sempre nelle attività appena ricordate, si raddoppiò tra XIV e XV secolo. In età angioina, come dimostra la cappella De Sirica posta nella Chiesa del Rosario, si riscontrano anche significative influenze dell’arte toscana. Nei primi anni del XIV secolo furono anche effettuati dei lavori di ristrutturazione del castello sotto la guida del conte d’Apice, castellano e governatore della città. Un ruolo di rilievo svolsero non solo la cinta muraria, che delimitava il cosiddetto Borgonovo o “zona del borgo”, ma anche le numerose chiese e i conventi. Tra questi, il complesso dei Francescani Conventuali.  

La fondazione del complesso dei Francescani Conventuali

 E’ padre Pietro Catin, francescano, a portare a Monteleone l’ordine di S. Francesco d’Assisi. Ma è Carlo I d’Angiò nel 1284 ad assegnare in dono ai Frati Minori di Monteleone il sito per la costruzione del Convento con la Chiesa, dove appunto adesso sorge la Chiesa del S. Rosario sui ruderi dell’antico teatro romano. Il Convento e la Chiesa francescani venivano ultimati nel 1337 sotto Roberto d’Angiò. Di quella chiesa primitiva si conservano solo, purtroppo, i costoloni gotici, in pietra, relativi all’arco sull’altare maggiore dell’attuale chiesa del Rosario. La chiesa venne totalmente rifatta nel 1776. Notevoli, in essa, le statue in legno della Via Crucis di Lodovico Rubino, che escono in processione dolorosa il Venerdi Santo. Importanti anche i quadri di Giulio Rubino: Martirio di S. Stefano, la Crocifissione, la Madonna della Salute, la Madonna in gloria con S. Francesco, tutti realizzati nel 1747. Vi si ammira anche un quadro di S. Francesco d’Assisi, di ottima scuola. E un quadro della Madonna del Rosario attribuito a Francesco Cozza da Stilo, discepolo del Domenichino. Ma ancora più degna di nota, nella stessa chiesa, la Cappella De Sirica e di S. Caterina, passata in eredità a Crispo, all’inizio del ‘500. È gotica, raccolta, densa di mistero. Contiene il sarcofago del fondatore Domenico De Sirica e altri resti sepolcrali del Duecento e del trecento, murati alle pareti, bassorilievi del sec. XIII, tre coperchi di tombe, anche murati, con figure di frati scolpite, trasferiti dal Duomo di S. Leoluca nel 1928 e altre tre iscrizioni. La cappella De Sirica Crispo è un vero gioiello. La Chiesa medioevale di S. Francesco d’Assisi si chiamò “del Rosario” quando, dopo il terremoto che danneggiò grave- mente il Convento dei Domenicani (Valentianum), vi fu trasferita la Confraternita del Rosario, allogata appunto fino a quella data presso il grande monastero Domenicano. Nell’ex convento esisteva un Archivio con Biblioteca molto importante. A tal proposito il conte umanista Vito Capialbi scriveva:

«Le scritture classiche in esso oltrepassavano le 500 e l’Archivio era stato cronologicamente ordinato dal padre Maestro, ex Provinciale, Giacomo Spanò e dal P. F. Antonio Orecchio. Era racchiuso in armadi di noce pulitissima. Vi si conservò fino al 1810 quando, per disposizione superiore, fu spedito a Napoli con quel convoglio di carte che, partito da Pizzo, venne sorpreso dalla flotta anglo-sicula ed incendiato presso Palinuro. Mi ricordo che era copioso di pergamene angioine, aragonesi, vice-regnali, bolle pontificie e vescovili oltre a numerosi istrumenti».

 

La Chiesa del Rosario oggi è una costruzione settecentesca a navata unica e decorazione barocca, sovrapposta alle fondamenta della Chiesa primitiva dedicata a S. Francesco d’Assisi (sec. XIV) di architettura gotica, di cui si conservano tuttora i costoloni in pietra dell’arco sull’altare maggiore. Scoperti nel 1933, furono motivo di entusiastica esultanza per l’illustre Cav. Avv. Felice Crispo, Real Conservatore onorario delle Antichità Hipponiati, (Hipponion: nome greco della città, sub-colonia di Locri Epizephirii) che indirizza una lettera (datata 9/2/1933) al Soprintendente per le Antichità e l’arte del Bruzio e della Lucania in Reggio Calabria, nella quale si legge:

 

«In occasione di restauri nella Chiesa del Rosario (già di S. Francesco d’Assisi), si sono scoperti vari elementi di architettura gotico-angioina, dello stesso stile della ben nota Cappella Crispo e, forse, più antichi, da far sospettare che l’originaria struttura trecentesca permanga in tutta la Chiesa sotto le insignificanti incrostazioni barocche e l’intonaco del principio dell’800. Ho fatto lasciare scoperti i pilastri dell’arco maggiore a “costoloni” in attesa della visita di un tecnico di codesta Soprintendenza, perché possa avvisare ai mezzi di restituire alla città e alla regione un monumento di non scarsa importanza. Pregherei di voler provvedere con la solita, cortese premura, dovendo essere proseguiti i lavori e di avvisarmi».

I sospetti di Crispo saranno poi confermati dai ritrovamenti dell’Amministrazione Blandino, che nel 1951 curò la bella fronte con l’artistico bassorilievo della Madonna del S. Rosario di Pompei. La chiesa del Rosario fu anche ricostruita nel 1776 come risulta dalla seguente epigrafe:

“TEMPLUM HOCCE MONASTERIUMQUE ADIACENS DIVO FRANCISCO DE ASSISIO ANTIQUITUS ERUTA AD FORMAM HANC EX INTEGRO NOVAM FECERUNT DEO MAXIMOPERE FAVENTE INTUS ESTERIUSQUE PERDUCTA ET RENOVATA ANNO DOMINI MDCCLXXVI”

Traduzione: Questo tempio di S. Francesco d’Assisi e l’adiacente monastero da lungo tempo distrutti, in questa nuova forma, essendo Dio oltremodo propizio, furono ricostruiti e restaurati all’interno e all’esterno, nell’anno del Signore 1776. La lapide con l’iscrizione sarà stata asportata o rimossa prima del 1948 e fu ricostruita dal P. Giovan Battista Fortuna e murata sulla facciata della chiesa, dove è tutt’oggi visibile.

 Pare che a questa chiesa appartenessero le due bugne laterali in legno noce, scolpite in arabeschi, dell’altare maggiore della Chiesa dei Cappuccini, come anche quelle dello stallo nella Chiesa di S. Maria La Nova, di pregevole fattura.  Il Bisogni De Gatti, nella sua Storia di Vibo in tre libri, afferma che nel coro della chiesa si trovava un quadro ricco di bellissime immagini, che nel convento si conservavano alcune reliquie di santi (come la reliquia della Santa Croce, il dito di S. Stefano e quello di S. Agazio), racchiusi in un reliquiario forgiato a forma di albero. Nel suo interno sono conservate le statue policrome della Via Crucis di Ludovico Rubino e il Cristo risorto dello stesso scultore, i quadri del martirio di S. Stefano, la Crocefissione, la Madonna della Salute, la Madonna in Gloria con S. Francesco realizzati da Giulio Rubino nel 1747, un quadro di S. Francesco di ottima fattura (che alcuni vogliono attribuire a Francesco Zoda, altri alla scuola dello Zingaro) e un quadro della Madonna del Rosario con S. Domenico, S. Tommaso, S. Rosa e S. Caterina da Siena in basso, affiancato da una bella corona di angeli, realizzato da Emanuele Paparo Tutti questi sono i pittori della c.d. “Scuola di Monteleone”, molto attivi tra il ‘600/700 e l’800.                   

La cappella De Sirica – Crispo (XIV sec.): cronistoria

In età medievale, il complesso dei Conventuali era affiancato sul lato destro da quattro cappelle monumentali che racchiudevano quattro sepolcri marmorei di famiglie già estinte: di queste cappelle oggi sopravvive soltanto la cappella De Sirica – Crispo, dedicata a Santa Caterina, situata vicino al coro del vecchio tempio e contenente il bellissimo sarcofago marmoreo del cavaliere angioino De Sirica. Infatti in epoca gotica essa fu di patrocinio della famiglia Sirica, per passare nel 1541 ai Crispo per successione. Fondata dai Sirica nel 1346, venne restaurata nel 1555 da un Pandolfo Crispo marito di Camilla Sirica, ultima di sua casa. I gravi terremoti del XVIII secolo costrinsero alla riedificazione del sacro complesso nelle forme tuttora visibili; in seguito questa cappella venne assoggettata a un ulteriore restauro fra il 1927 e il 1928, per poi assumere l’aspetto definitivo nel 1980. Il contenuto ambiente appare oggi conseguente alle varie risistemazioni e racchiude una doviziosa quantità di interessanti manufatti scultorei variamente disposti e ben fruibili, benché quasi nessuno si sia conservato integralmente: alcuni di essi spiccano per l’evidente qualità e la piacevolezza estetica tuttora apprezzabile tanto da poter affermare che l’originaria struttura del complesso francescano è racchiusa in questo piccolo scrigno che è la Cappella De Sirica-Crispo, che rappresenta, con la sua volta a costoloni, un elegante esempio di architettura gotica ulteriormente arricchito in chiave di volta da una decorazione scolpita a bassorilievo: lo stemma della Sirica gens. Il cognome Sirica coincide con alcuni termini latini: una prima accezione, analoga all’odierno “serica”, era riferita ad elementi del vestiario. Un’altra si lega all’aggettivo “siriano”, inteso nel senso di chi tiene contatti con l’Arabia Felix, ed ha riscontri oggettivi nella Campania romanizzata: a Pompei vi è una domus Sirici. Infine Syrite (italianizzato in Sirica) era un’isola della Jonia “appresso Efeso” menzionata in Plinio. A Vibo Valentia, la contrada Silica risulta aver preso nome dalla famiglia (P. TARALLO, Raccolta di notizie e documenti sulla Città di Monteleone di Calabria, Monteleone, G. La Badessa 1926). La cappella è dunque l’unica superstite in loco delle quattro originarie e si ascrive alla costruzione della chiesa francescana, iniziata sul finire del XIII secolo per concessione di Carlo d’Angiò e terminata nel 1337. La sua architettura (almeno quella dei resti) è di stampo angioino con i costoloni e le colonne lisce i cui capitelli sono decorati col fiordaliso francese. Il titolo della cappella superstite è sotto l’invocazione di S. Caterina Vergine e Madre. Ne è proprietaria la famiglia Crispo (pro successione Camillae De Sirica matris Pandulphi Crispi. A.D. 1541, secondo quanto annota l’avv. Carlo Felice Crispo). Restaurata da Pandolfo Crispo, marito di Camilla De Sirica (ultima della stirpe), che vantava pregevoli mansioni e illustri amicizie (Duca di Nocera, Cardinal Tiberio Crispo) e istituì nella cappella gentilizia in questione una Messa quotidiana e due Messe cantate per ogni settimana celebrate dai Monaci di quel convento che beneficiarono di immense derrate.  Sotto l’altare era stata fissata una lapide che riportava la seguente epigrafe

D.O. M.

Sirica gens struxit cuius postrema Camilla trecentum annis moriens dat habere nepoti Pandulpho Crispo in dotem doctorque Joannes hanc Baptista nepos Crispus decoravit et auxit ut sit missa pie cunctis celebranda diebus

A.D. MDCX

Traduzione: A Dio Ottimo Massimo – La famiglia De Sirica eresse (la cappella gentilizia) di cui ultima del nome Camilla dopo trecento anni dall’erezione, morendo, dà questa in dote al nipote Pandolfo Crispo e il nipote dottore Giovanni Battista Crispo la decorò ed arricchì col pio obbligo di celebrare ogni giorno la santa Messa. Anno del Signore 1610.  

Della cappella si possono ancora ammirare i costoloni in stile gotico coi fiordalisi francesi, altri altorilievi trecenteschi frontalmente e ai lati, raffiguranti una Madonna e Santi e degli stemmi. Il pavimento è fatto di grigiole decorate, risalenti al XVII secolo. Il completo assetto monumentale del luogo fu conferito nel 1927-28, in occasione del restauro curato dall’avv. Carlo Felice Crispo con la costruzione di un cancello per la chiusura dell’ingresso della cappella e di un semplice ma elegante candelabro in ferro battuto a tre luci da sospendere nel mezzo della crociera. Inoltre, incitava il trasferimento di due leoni tombali trecenteschi dal duomo di S. Leoluca, in cui si trovavano.

 

Gli stemmi e l’araldica sui quattro sarcofagi presenti nella Cappella

  Le insegne gentilizie (στέμματα) delle famiglie erano scolpite ai fianchi sul tumulo marmoreo, come si può ancora osservare nella superstite cappella De Sirica-Crispo. L’arte araldica medievale è una scienza ausiliaria della storia, attraverso suggerimenti e identificazioni. Fra le numerose tipologie di manufatti, i sarcofagi monumentali, eredi di una pia tradizione millenaria, sono opere d’arte destinate ad una pubblica visione, di norma commissionate senza risparmio di mezzi, obbligate a riportare a bella mostra un elemento di immediata identificazione com’è lo stemma. La produzione di manufatti funerari è lavoro che ignora stasi e confini: validi motivi per far sì che questi sarcofagi abbiano tuttora una diffusione piuttosto vasta, nonostante l’uso limitato alle classi più abbienti. Questi prodotti erano esposti in forma palese e veniva conferita loro una certa monumentalità, espressa attraverso le forme accurate, di assoluta raffinatezza in termini sia qualitativi che estetici: caratteristiche tuttora apprezzabili negli esemplari di Monteleone presenti nella Cappella, pur assoggettati a carenze materiali più o meno gravi, o addirittura ridotti a livelli frammentari. Gli stemmi modellati sulle superfici del sarcofago costituiscono un aspetto di rilievo semiotico, soprattutto se del manufatto originario rimangano porzioni così ridotte da risultare scarsamente o per nulla significative. Nel panorama calabrese medievale di questo genere di testimonianze d’arte, la cappella Sirica-Crispo può dunque vantare esempi araldici di pregevole livello. I manufatti con significativi contenuti iconografici ed araldici sono le quattro casse di sarcofago scolpite in marmo le quali, nonostante la conservazione a volte precaria, testimoniano affinità estetiche e tipologiche ulteriormente ribadite dai dati epigrafici.  La comunanza di stile fra i quattro sarcofagi è evidente a chiunque entri nella cappella e sicuramente venne colta anche in passato dai principali studiosi monteleonesi che se ne sono occupati: il Bisogni de Gatti, (sec. XVII) e il Capialbi ( sec. XIX) che pubblica le iscrizioni in unica soluzione, così come fa il Bisogni che oltretutto li lega all’originaria topografia della chiesa di San Francesco. I sarcofagi sono 4, ma 3 di sicura attribuzione: Sirica, De Arenis e Russo mentre il quarto anonimo apparterrebbe ai Monteverde (privato com’è per abrasione dei dati identificativi). Ciò porrebbe il problema di chi possa aver operato questa cancellazione con tanta acribia, e perché solo su questo sarcofago, risparmiando le Sacre Figure. Si crede che l’operazione sia stata una tentata riappropriazione del manufatto da parte di qualcuno intenzionato a riutilizzarlo. Un fenomeno che a suo modo riecheggerebbe il riuso dei sarcofagi classici in auge nel medioevo, di cui nel Vibonese si ha celebre esempio nel sarcofago del gran Conte Ruggero, già nell’abbazia di Mileto e oggi conservato a Napoli. Fra i moventi di quest’ipotetico riuso moderno va esclusa la pulsione iconoclasta o antireligiosa, che sarebbe innanzitutto andata a colpire le Sacre Figure. Si avanza, contemporaneamente, l’ipotesi che l’intero sarcofago permanga nella originaria condizione di “non finito” (o per meglio dire di “non definito”), avulso da tentati riusi, e ancora da sottoporre a personalizzazione tramite la stesura della scritta e la modellazione degli stemmi.

Lo stemma de Sirica riprodotto in un disegno del 1710 del Bisogni e sul sarcofago

1.Sarcofago De Sirica

Conservato meglio degli altri e per intero, è costituito da una cassa in marmo rosato modellata a bassorilievo secondo forme architettoniche, con la figura del defunto giacente sul coperchio.  La fronte è divisa in tre scomparti da archi a tutto sesto, di dimensioni analoghe fra loro e racchiudenti ognuno il busto di una Sacra Figura nascente dal bordo inferiore; lungo i quattro lati del bordo corre un’iscrizione datante, redatta in caratteri gotici. All’interno dell’arco centrale vi è la Vergine coperta da un mantello e che reca sul capo una corona gemmata a quattro fioroni. Con la mano destra tiene un frutto o un fiore, con la sinistra stringe a sé il Bambino, vestito di una tunica e tenente sul petto una colomba, mentre la sua mano destra sovrasta le ali della colomba, in un gesto a metà fra la protezione e il saluto benedicente. Nell’arco alla sinistra è modellata una Santa velata indossante una tunica con una cintura coperta da un mantello fermato sul petto da una spilla ornata da un decoro in forma di fiore a quattro petali; sul capo reca una corona identica a quella della Vergine. La sua mano destra si posa su una ruota dentata a otto raggi e con due dita della mano sinistra sorregge il lembo destro del mantello, per sottolineare senza enfasi lo strumento del suo supplizio. Quest’ultimo la identifica nell’originaria titolare della cappella: Santa Caterina. Entro l’arco alla destra è raffigurato un Santo con lunghi capelli e dalle sembianze giovanili, mantellato, tenente con la sinistra un libro chiuso sopra il quale regge un calamo. Si evince che si tratta dell’Evangelista prediletto dal Cristo, al cui fianco è difatti raffigurato: San Giovanni.In tutte le figure le membra sono correttamente proporzionate, in particolare le mani che spiccano anche per la naturalezza e (spesso) per l’eleganza del gesto. Sul coperchio si legge il seguente epitaffio scolpito in carattere franco-gallico: 

ANNO · DŇI · M · CCC · XXXXVI · XIV · IND · HANC · SEP-VLTVRAM · FECIT/ FIERI · DOMINICVS / DE · SIRICA· MILES / IN · QVA· PERMITTENTE· IhESU · XPŎ · FILIO · DEI · SEPELIĚT· Ĭ · PACE · ĂM

Scioglimento:  

ANNO DOMINI MCCCXLVI INDICTIONIS HANC SEPULTURAM FECIT FIERI DOMINICUS DE SIRICA MILES IN QUA PERMITTENTE JESU CHRISTO FILIO DEI SEPELIETUR IN PACE. AMEN

Traduzione:

 L’anno 1346, XIV indizione, il cavaliere Domenico De Sirica fece erigere questo sepolcro ove, piacendo a Gesù Cristo figlio di Dio, sarà seppellito in pace. Così sia.

Sul coperchio del sarcofago, la figura giacente del defunto è vestita di una tunica e di un mantello che gli arriva fin quasi alle caviglie; il capo scoperto mostra lunghi capelli, il volto glabro rivela un’età adulta ma ancora giovanile; le braccia incrociate sul ventre sono accompagnate lungo la parte sinistra del corpo da una spada. La testa poggia su un cuscino dotato di nappe angolari, riccamente decorato a losanghe ognuna delle quali racchiude un fiore. I piedi sono coperti da calzari che arrivano alle caviglie e che mostrano un analogo decoro a losanghe, ma di proporzioni più fini e racchiudenti fiorellini a quattro petali; ai suoi piedi è accucciata una coppia di cagnetti addossati e con le teste sollevate. Appare evidente che questo sepolcro sia stato predisposto mentre Domenico de Sirica era ancora in vita. Sull’intero manufatto sono disposti quattro stemmi, tutti racchiusi in uno scudo di forma gotica e suddivisi fra le tre facce della cassa: sulla fronte se ne riscontrano due, di piccole proporzioni, modellati a bassorilievo nei rinfianchi dell’arco mediano. Su ognuno dei fianchi, l’intero spazio interno all’arco è invece occupato da uno scudo di grandi dimensioni, ugualmente a bassorilievo. Gli stemmi modellati sul sarcofago di Domenico de Sirica offrono figure realizzate secondo il più puro stile araldico del tempo. Il monte è stilizzato in forme tondeggianti, frequenti nel medioevo, rimaste in uso quasi esclusivo delle aree araldiche di espressione germanica;  il giglio si adegua in maniera eccellente agli stilemi gotici francesi, pervenuti nel Regno tramite i dinasti angioini; la bordura diminuita spinata  è rifinita con la cura che lo scultore ha largamente dispiegato su tutto il lavoro.

2.Sarcofago De Arenis

Apparteneva alla terza cappella, intitolata a S. Leonardo, fatta erigere nel 1346 da Nicola de Gervasio di Arena. Del sarcofago, conservato parzialmente, rimane una porzione della parte frontale della cassa in marmo rosato, modellata a bassorilievo secondo forme architettoniche e simile, per aspetto e proporzioni, al sarcofago Sirica. La porzione superstite contiene due delle tre arcate originarie di dimensioni analoghe fra loro, racchiudenti ognuna il busto di una Sacra Figura. In quello che era l’arco centrale vi sono la Vergine e il Bambino. Ella indossa una tunica e un mantello che la vela, fermato sul petto da una spilla gemmata; sul capo ha una corona liscia a quattro fioroni; la sua mano destra stringe con tre dita un sottile stelo di giglio. Con la sinistra stringe a sé il Bambino riccioluto, vestito di una tunica sorretta sulla spalla da un fermaglio in forma di fiore a cinque petali, dalla quale entrambi i piedini sbucano e si posano sul bordo inferiore dell’arcata. Egli non reca nulla fra le mani perché con esse si appiglia all’orlo della veste della Madre, verso il cui viso si protende mentre guarda avanti a sé, quasi a cercare conforto e protezione per affrontare il futuro che lo attende. Nell’altro arco superstite vi è un Santo dai tratti giovanili, con volto barbuto e vistosa tonsura; vestito di un saio completo di scapolare, sulla mano sinistra sorregge un piccolo libro aperto e con la mano destra indica Vergine e Bimbo. Il gesto ne sottolinea l’umiltà e la remissione il che, unito alla fisionomia e all’abito, permette di ipotizzarne l’identità nell’eponimo del complesso religioso primigenio: San Francesco. La sua testa è leggermente volta verso l’arco centrale.  Sui bordi corre un’iscrizione, redatta in caratteri gotici e a sua volta pervenutaci solo in parte. Ecco come si presenta l’epitaffio scolpito in carattere franco-gallico: 

ANNO · DNI · M · CCC · XXXXVI · XIIII · IND · HA(N) ·SEPVL(T)(…) / (…) / VASIO · DE · ARENIS / Ĭ · QVA · DĂTE · IĥVXPŎ · FILIO · DEI · SE-PELITVR (…)

Scioglimento:

ANNO DOMINI MCCCXLVI – XIV INDICTIONIS HANC SEPULTURAM FECIT FIERI IUDEX NICOLAUS DE GERVASIO DE ARENIS IN QUA DANTE JESU CHRISTO FILIO DEI SEPELIETUR IN PACE ET LUCE. AMEN.

 

   La cappella fu poi acquistata da Galeazzo Capialbi nel 1516, come risulta dalla seguente iscrizione:

 

D.O. M.

GALEACIUS CAPIALBUS DE BENEVENTO POST VARIA FACINORA DOMI MILITIAEQUE IN REGES ARAGONIOS FIDELITER GESTA HANC SIBI SUISQUE AETERNALEM PACEM COMPARAVIT ANNO MDXVI

Traduzione: A Dio Ottimo Massimo – Galeazzo Capialbi di Benevento dopo varie imprese condotte fedelmente in pace e in guerra per i Re di Aragona, questo eterno riposo per sé e per i suoi procurò. 1516.

Al pari del sarcofago Sirica, è probabile che il manufatto recasse in origine quattro stemmi. Sui resti della fronte della cassa ne restano due, in scudi di forma gotica e di piccole proporzioni, modellati a bassorilievo. Circa gli stemmi della famiglia De Arenis e la loro qualità, valgono le considerazioni già espresse: il monte e i gigli seguono la stessa stilizzazione del sarcofago Sirica, ed analogo stilema è stato applicato per il leone leopardito, in particolare per quanto riguarda la snellezza della corporatura, la posizione della coda e la rifinitura delle branche, tutte perfettamente assonanti con gli analoghi dettagli presenti nei leoni  dei manufatti araldici coevi.

 

Lo stemma De Arenis riprodotto in disegno dal Bisogni e sul sarcofago della Cappella

3.Sarcofago attribuibile alla famiglia Russo

La quarta cappella era intitolata a S. Antonio di Padova. Era di proprietà della famiglia patrizia Russo. L’epitaffio sul sepolcro recitava:

ANNO DOMINI MCCCXLVII – XV INDICTIONIS HANC SEPULTURAM FIERI FECIT ANTONIUS RUSSUS IN QUA PERMITTENTE JESU CHRISTO FILIO DEI SEPELIETUR IN PACE. AMEN.

I quattro epitaffi delle cappelle sono andati perduti in concomitanza della ricostruzione della chiesa nel XVIII secolo. Ne rimane testimonianza nelle fonti (come il Bisogni de Gatti). Il sarcofago del defunto Antonio Russo, tumulato nell’anno 1347, è conservato anch’esso parzialmente: ne rimane una porzione della parte frontale della cassa, modellata a bassorilievo in marmo rosato secondo forme architettoniche e completamente priva dei bordi. Analoga per aspetto e proporzioni al sarcofago Sirica, conteneva in origine tre arcate di dimensioni analoghe fra loro: oggi ne restano due, prive della parte inferiore e racchiudenti ognuna il busto di una Sacra Figura che probabilmente nasceva dal bordo. Un’importante differenza rispetto ai sarcofagi precedenti si riscontra ne-gli intradossi degli archi dai quali, in bassissimo rilievo, sporgono verso le figure coppie di elementi ricurvi a forma genericamente triangolare, grazie ai quali la campitura diviene simile a una finestra trilobata: quest’arricchimento estetico dà all’insieme un tono e una profondità maggiori rispetto agli archi che ne sono privi, concretizzando una “cornice” entro la quale le  Sacre Figure trovano una particolare evidenza. Ognuno di tali elementi è ornato all’interno da un decoro fitomorfo che lo riempie completamente. È verosimile che, come nei sarcofagi precedenti, sui quattro lati del bordo corresse un’iscrizione (oggi perduta). In quello che era l’arco centrale si osserva anche qui la Vergine con indosso una tunica e un mantello che la vela, fermato sul petto da una spilla a forma di giglio araldico; sul capo ha una corona liscia a otto trifogli. Sulla sinistra stringe a sé il Bambino riccioluto, vestito di una tunica e nel gesto di avvicinare le mani alla colomba che tiene sul grembo. Le mani della Madre e i piedi del Bimbo si trovano nella parte di scultura andata perduta. Il Santo ha volto barbuto e un’estesa tonsura, veste un saio completo di scapolare, reca un oggetto quadrangolare con la sinistra. mentre della destra rimane l’ultima falange di un dito; per analogia col precedente sarcofago De Arenis, appare quindi logico identificarlo in San Francesco. La sua testa è leggermente volta verso l’arco centrale. Le pupille recano tracce di pittura scura, e le proporzioni delle membra sembrano corrette come le precedenti. Al pari del sarcofago Sirica, è probabile che l’intero manufatto recasse in origine quattro stemmi. Sulla fronte della cassa ne resta visibile uno, in scudo di forma gotica e di piccole proporzioni, modellato a bassorilievo nel rinfianco superstite dell’arco mediano, e molto rovinato per cause verosimilmente non naturali. Circa la qualità del manufatto valgono le medesime questioni di stile già precisate. Si osserva però che le figure interne allo scudo sono state volutamente abrase, e in maniera quasi totale e solo grazie al lavoro edito dal Bisogni (1710) si può tentare di restituire l’aspetto dello stemma.

4.Sarcofago Anonimo

Conservato anch’esso parzialmente, ne rimane la parte frontale della cassa modellata a bassorilievo in marmo rosato secondo forme architettoniche, divisa in cinque scomparti da archi a tutto sesto, racchiudenti ognuno una Sacra Figura. La lastra è frammentata in tre pezzi. Il manufatto, pur sostanzialmente integro nell’apparato estetico, manca di iscrizione e di stemmi e mostra una leggera patina opacizzante sulle superfici. La ricomposizione odierna palesa una certa disattenzione: l’arco centrale di maggiori dimensioni è occupato dalla Vergine col Bambino. Ella indossa una tunica e un mantello che la vela, sul capo ha una corona gemmata a otto trifogli e tiene nella mano destra un mazzetto di fiori; con la sinistra stringe a sé il Bambino riccioluto, vestito di una tunica e con un mantello provvisto di un fermaglio a rombo sul petto, la mano destra benedicente e la sinistra più bassa a reggere un libro chiuso da una fibbia, mentre dalla veste gli spunta-no entrambi i piedini. Il primo Santo da sinistra indossa una tunica di lana grezza su cui porta un mantello legato sulla spalla destra, ha barba e capelli incolti, e regge con la sinistra un rotolo svolazzante verso cui punta l’indice della mano destra: questo particolare, e ancor più la componente irsuta del suo abbigliamento, lo identificano con certezza in San Giovanni Battista. Il secondo Santo da sinistra è tunicato e mantellato, con barba e capelli riccioluti, stringe nella mano destra due lunghe chiavi legate fra loro e regge con la sinistra un libro chiuso con una fibbia: da questi attributi è evidente riconoscere in lui San Pietro. Inoltre nell’altro Santo potremmo riconoscere o Sant’Agostino o un insolito San Giorgio.  L’ultimo Santo sulla destra, mantellato, con barba e lunghi capelli, con una spada posata sulla spalla, e un libro sulla mano sinistra, sarebbe San Paolo. Anche attorno a lui la superficie dell’arcata è irregolare e non rifinita. Tutte le figure (tranne la Vergine e il Bambino) recano tracce di pittura scura alle pupille mentre le espressioni e l’intera struttura fisica, pur analoghe alle figure del sarcofago Sirica, risentono di una lavorazione più rigida e legnosa che comporta volti con fisionomie più generiche e stereotipate, e membra talora sottodimensionate. Sui resti di questo manufatto si riscontrano quattro scudi di forma gotica, di piccole proporzioni e modellati a bassorilievo nei rinfianchi degli archi: tutti sono lisci e vuoti, quindi inadatti all’identificazione. Il sarcofago apparterrebbe alla seconda cappella, dedicata a San Lorenzo Martire, che apparteneva alla famiglia patrizia Bisogni. Sul tumulo di marmo era scolpito il seguente epitaffio, riportato dal Bisogni De Gatti, pertinente a Giovanni di Monteverde, risalente al 1347:

ANNO DOMINI MCCCXLVII – XV INDICTIONIS HANC SEPULTURAM FECIT FIERI DOMINUS JOANNES DE MONTEVIRIDI IN QUA PERMITTENTE JESU CHRISTO FILIO DEI VIVI SEPELIETUR IN PACE ET LUCE. AMEN.

Le riproduzioni del Bisogni De Gatti degli stemmi delle sepolture presenti risalgono al 1710, si tratta di un sopralluogo autoptico importante per evidenziare in San Francesco la presenza di quattro sarcofagi medievali di cui redige l’elenco, ne indica la posizione, ne trascrive le iscrizioni e ne riproduce sommariamente gli stemmi. La comunanza tipologica fra i quattro sarcofagi e l’unitarietà con cui il testo ne parla, permette di essere ragionevolmente sicuri che l’autore tratti dei medesimi manufatti conservati nell’odierna chiesa del Rosario. I disegni del Bisogni sono svelte riproduzioni tese a dare un’idea sommaria degli stemmi qui trattati, e non copie accurate.

La visita guidata dalla Prof.ssa Maria Concetta Preta, docente di latino e greco, scrittrice, storica ed epigrafista, alla Cappella Crispo con gli studenti della classe V A, Liceo Classico “M. Morelli”, Vibo Valentia 

Chiave di volta della crociera

Al centro della volta a crociera della cappella Sirica-Crispo le costolature convergono in una chiave di forma rotonda, entro la quale una cornice quadrilobata racchiude un incavo di forma simile in cui si adagia uno scudo a goccia contenente uno stemma, il tutto modellato a bassorilievo in pietra chiara. L’insieme appare privo di altri elementi identificativi. Nello stemma si vede un monte di cinque cime alla tedesca, cimato da un giglio. Dal raffronto con gli stemmi modellati sul sarcofago Sirica appare palese che quest’esemplare appartenga alla medesima famiglia e ad un medesimo periodo artistico. Le figure sono le stesse e risentono di un analogo stile araldico. Essendo l’erezione della cappella anteriore al sarcofago, questa chiave di volta ne offre una versione più antica, e forse coincidente con l’iniziale arma di famiglia.